La storia dell'hip hop dalla vita in giù

L’hip hop rappresenta l’espressione più diffusa della comunità Afroamericana negli ultimi decenni. Nasce sul finire degli anni ’60 nel Bronx di New York per dilagare poi nel resto del mondo in brevissimo tempo, con la conquista anche del mercato discografico, cinematografico, editoriale e dell’abbigliamento.

L’hip hop si basa su quattro discipline principali:

  • Il Rap
  • L’arte della manipolazione del giradischi, detta Turntablism
  • Il B-boying ( Breakdance)
  • Il Writing ( L’Aerosolart)

È la rivolta della strada, da sempre ghettizzata, che come un fiume in piena coinvolge tutte le espressioni artistiche: la musica e la danza, l’arte, la moda e il design. L’hip hop non è infatti solo uno stile musicale ma è un vero e proprio stile di vita.

Dedichiamoci però ora nell’indagare come le tendenze della moda hip hop sono cambiate nel corso degli anni, in particolare parleremo dei pantaloni, un semplice capo d’abbigliamento in grado di rappresentare un’intera sottocultura. Dai tutoni larghi ai jeans dritti, i tessuti che rivestono gli arti inferiori dei rapper hanno segnato la storia dell’hip hop tanto quanto la musica.

Fine anni Settanta: Provengono dalla disco. Quando nacque il rap andavano di moda i pantaloni a zampa d’elefante e per essere alla moda dovevano necessariamente essere a tinta unita. Tutto ciò a dimostrare che l’hip hop non deriva dalla disco e dal funk solo da un punto di vista musicale, ma anche da uno estetico.

Inizio anni Ottanta: Il punk e l’hip hop sono sempre andati d’accordissimo. Questo connubio si è sviluppato anche in un’estetica atipica per l’epoca: se i punk tappezzavano le loro giacche di pelle di toppe e si scolpivano creste altissime in testa, i pantaloni in cuoio e le camicie strappate dei rapper non erano da meno. Avete presente i malviventi nei video di Michael Jackson? Cosi. Kanye West è stato il solo a riportare in voga i pantaloni di cuoio, l’unico problema è che oggi sono capi molto costosi.

Metà anni Ottanta e Novanta: Regina indiscussa di questo periodo è la tuta. Dal punto di vista del design Adidas è sempre stata la numero uno con il suo famosissimo stile a tre linee. A lanciare il brand sono stati i Run- DMC. Portavano la tuta completa e un paio di scarpe sempre ben in tinta con tutto il resto.

Fine anni Ottanta:  Le donne iniziarono a rivestire ruoli importanti nel rap e così anche lo stile hip hop iniziò a strizzare l’occhio a indumenti che mettessero in mostra la figura femminile. I leggins e le giacchette strette in pelle erano obbligatori. Il sopra rappresentava il lato forte, il sotto dava spazio alla femminilità.

Primi anni Novanta: Venivano indossati con grande entusiasmo i Dickies, le Converse Chuck Taylor, le camicie bianche occasionalmente sostituite con quelle a quadri. Prima che il rap se ne appropriasse, era questo lo stile delle crew. Sempre in questo periodo, durante “l’epoca d’oro del rap” ci fuun movimento che subentrò con violenza a rompere la quiete: i Flower Child, volgarmente chiamato l’hip hop alternativo.  Qualsiasi capo d’abbigliamento ed in primis i pantaloni si colorarono. I colori prediletti erano quelli della triade rastafariana ( verde, giallo e rosso), alla quale si aggiungeva il bordeaux, l’arancione e l’indaco all’occorrenza. Si cercò infatti di diffondere un nuovo immaginario dell’hip hop, fino ad allora associato alla criminalità, rischiando anche di essere deriso per la troppa “ felicità” ostentata.

Inizio anni Novanta e 2010: Mc Hammer, col suo lato pop ed eccentrico, ha reso l’hip hop accessibile a tutti ed ogni suo pantalone è rimasto inciso nella storia. Le sue braghe permettevano di fare cose nuove, tipo il moonwalk e altri movimenti areosi che dessero quell’effetto ventoso all’altezza del cavallo. La gente smise di indossarli quando passarono di moda, ma l’interruzione durerà un paio di anni massimo, perché poi sono tornatia spopolare in versione moderna, con un cavallo meno abbassato e i fianchi più “slim”.

Metà anni Novanta: Il rap era ormai diventato molto conosciuto, le etichette indipendenti spopolavano. Alcuni marchi ne approfittarono per lanciare nel mercato i loro pantaloni chiamati “cargo”. Ci potevi tenere dentro di tutto: walkman, libri ecc…  Quando l’hip hop iniziò ad acquisire importanza sul piano commerciale e l’idea di arrivare in uno studio di registrazione e/o televisivo cominciò a farsi allettante anche il look da avanzo di galera mutò rapidamente.

Fine anni Novanta: Le aziende erano in costante rischio fallimento ma i rapper vivevano in un’evidente dimensione parallela fatta di abiti luminosi e sbrilluccicosi, completi, appariscenti, stile un po’ mafioso con completi gessati e borsalino. Simboleggiavano rinnovamento in un mondo in cui il denaro fluiva liberamente, privo di limiti.

Inizio e metà Duemila: Il nuovo millennio inizia con jeans molto larghi che lasciano intravedere un pezzo di mutanda e Air Force 1 bene in vista. Proseguono con jeans invece molto stretti con influenza hipster, gli skinny.

Oggi:  Eccoci qui, un’era in cui i brand di streetwear si affiancano placidamente alle grandi case di moda e spesso rivestono proprio gli stessi ruoli. Se questi ultimi sono fuori portata economica per la gran parte degli esseri umani, i primi sono molto più abbordabili, perciò ad avere successo sono i jeans classici, i pantaloni militari pieni di tasche ecc..  I pantaloni indossati ai giorni nostri sono solo il risultato un po’ confusionario di anni e anni di storia del rap, stretti oggi, gessati domani, leggins ecc…. L’abbigliamento largo, tipico dei ballerini di Breakdance venne adottato in seguito anche da chi praticava writing e da tanti che semplicemente lo trovavano confortevole tanto da diventare oggi simbolo della moda hip hop style, che brand come Nike hanno saputo sfruttare al meglio, facendone il fulcro della loro produzione.